commenti di Luca e Andrea (+ "un pò ti cerchi...")
post pubblicato in
diario, il 29 maggio 2010
CRITICA ALLA POESIA DI FELICE SERINO: "PARUSIA"
Di Luca Rossi
Settembre 2003
PARUSIA
(nell'ultimo giorno: scaduto il tempo osceno)
sporgersi sull'oltretempo ai bordi
della luce
presenze
evanescenti in chiarità
di cielo: farsi
corpi di luce
Da La difficile luce, 2005
*
Il tema di ciò che sarà dopo, di ciò che noi saremo dopo, e di come il tutto
accadrà, sembra essere uno tra gli aspetti più ricorrenti e forse ossessivi del
Poeta.
Serino intraprende ancora una volta, attraverso questi versi, un viaggio al
centro della fede in modo del tutto impersonale (o forse a lato, per paura di
fare troppo rumore con il suo raccontarsi).
"Perché?", mi domando.
Probabilmente perché la fede pur legando le masse lascia comunque gli individui
vincolati ad una propria identità, quella stessa che non è omologazione, ma che
trova il suo spazio in una terra comune "sull'oltretempo", come dice il Poeta,
dove la luce rimane come unico elemento quale comune denominatore che confonde
le anime, ma non le riduce ad un unico sistema di contatto.
Ai bordi della luce queste presenze evanescenti si rendono visibili solamente
dove comincia il cielo mentre, come corpi, definiti, delimitati da un proprio
involucro apparente, l'ultima luce riveste l'individuo di una nuova essenza
prima dell'ultimo giorno, dove scaduto sarà il tempo osceno, dove scaduto sarà
il tempo vissuto.
* * *
Commento alla poesia Sospensione, di Felice Serino
Sospensione
un camminare nella morte dicevi
come su vetri non conti le ferite
aspettare di nascere uscire
da una vita-a-rovescio
riconoscersi enigma dicevi
di un Eterno nel suo pensarsi
Da Il sentire celeste, 2006
*
In Sospensione vedo un saltimbanco che cammina ad occhi chiusi su un filo.
Cammina senza sapere quando il filo terminerà all'altro capo, al capo opposto da
cui è partito. Sa che l'attende il vuoto, ma non ha paura. D'altronde camminare
sulla terra ha provocato in lui tante ferite, ferite che lo tagliuzzano fino a
spezzargli la vita.
Prima il saltimbanco faceva sul suo filo (per lo spettacolo) un breve tragitto e
poi tornava all'ovile iniziale. Aveva provato ad aumentare le distanze di un
pochino, mantenendosi però a misure di sicurezza, con occhi aperti che potevano
inquadrare la scala che lo aveva fatto salire e l'avrebbe fatto scendere. Ora,
invece, non cerca più gli applausi ma la libertà, e viaggia ad occhi chiusi
senza più fermarsi affidandosi, affidandosi a uno sguardo eterno che non si
distoglie da lui e lo rassicura. Più va avanti e più in quello sguardo sente di
riconoscersi e di confondersi fino a che non farà alcuna differenza tra i due e
quell'unisono sarà l'eterno.
Secondo l'occhio dell'uomo la vita non materiale è una vita-a-rovescio, solo
così può chiamarsi per lui una vita che inquadra come piena di privazioni;
tutt'altro è per l'uomo spirituale: il rovescio è spendere la vita nelle cose
che finiscono.
Riconoscersi enigma, mistero, eleva la nostra natura. L'indecifrabile, il non
ancora decifrabile pienamente, in noi e in quello sguardo, è la vera attrattiva.
Il vero scopo di questa traversata è la caduta nel vuoto per affondare tra le
mani del Pensiero eterno nel pensarsi in noi (così a Lui piace, anche).
*
COMMENTO ALLA POESIA DI FELICE SERINO "RICORDA"
Ricorda
[ispirandomi a David Maria Turoldo]
sei granello di clessidra
grumo di sogni
peccato che cammina
ma
s e i a m a t o
immergiti
nella luminosa scia di chi
ti usa misericordia
ritorna a volare:
ti attende la madre al suo
nido
ricorda: sei parte
della sua infinita
Essenza
nato
per la terra
da uno sputo nella polvere
da La bellezza dell'essere, 2007
*
"Ricorda", ispirata a David Maria Turoldo, alla sua schiettezza, alla sua
decisione di dire le cose senza addolcirle (con tutta la loro drammaticità).
"Ricorda" ripercorre il cammino dell'uomo su questa terra nelle sue fasi
essenziali (meno seccamente di Turoldo), fasi che confluiscono nella visione
futura dell'Eternità.
Il peccatore, il sognatore non sa quanto sia stretto il buco nella clessidra che
lo proietterà dall'altra parte, oltre il tempo, oltre quel tempo che non può
calcolare perché è all'oscuro della fattezza di quel buco... Quel buco è la mano
di Dio che dopo aver soffiato la vita e con la saliva impastato la terra per la
nostra natura, decide che sia giunta l'ora che ritorni secca; come sabbia
scivoli dal suo pugno. "Ma sei amato" e quindi ti riprenderà trasformato a sua
immagine e questa volta senza parentesi.
*
Considerazione sulla poesia "Lacera trasparenza"
Lacera trasparenza
insaziata parte
di cielo
vertigine della prima
immagine
e somiglianza
vita
lacera trasparenza
sostanza di luce e silenzio
sapore dell'origine
fuoco e sangue del nascere
da La bellezza dell'essere
*
"Lacera trasparenza" la vita. Quanto fa pensare da solo questo verso. La vita
sporca le vesti pulite (trasparenti) del bambino che viene al mondo...
Andrea Crostelli
***
Commento alla poesia di Felice Serino "La tua poesia"
Di Luca Rossi. Giugno 2003
LA TUA POESIA
quando un capriolare nel mare prenatale
ti avrà fatto ripercorrere a ritroso
la vita (tutta d'un fiato) azzerando l'Io spaziotempo -
allora leggerai la vera sola poesia aprendo
gli occhi sul Sogno infinito: la tua
Poesia cavalcherà in un' albazzurra i marosi
del sangue fiorirà negli occhi di un'eterna giovinezza
Da La difficile luce, 2005
*
La poesia scritta da Serino è tutta un inno alla giovinezza, ma non alla
giovinezza in generale, bensì a quella dell'anima, la quale non si consuma ma
resta sempre uguale, e che il tempo non dissipa con il suo correre
inarrestabile; è un'indicazione sul modo di come fare per riappropriarsene,
quando ormai i giorni sembrano non averne più memoria ed è pure un canto alla
verità su cui si basa l'esistenza.
Aprendo la prima strofa con un verbo "montaliano"*, il poeta immerge fin da
subito il lettore nelle acque di un mare che è origine, inizio, ora zero,
epifania della vita, cioè quello del grembo materno, in cui la madre è
ricordata, in modo traslato, un po' come la madre Terra, da cui tutto è
generato. E non potrebbe essere altrimenti.
Per un attimo sembra che a un punto esatto dell'esistenza, facendo capriole,
come è tipico dell'età infantile, colui che legge faccia ritorno a quel tempo
originario, primordiale. E la vita rapidamente inverte il conteggio delle sue
ore, dei suoi giorni, dei suoi anni fino a pochi istanti prima del suo nascere;
un ritorno che è segnato dalla corsa rapida del pensiero che si fa viaggio,
perché il "pensiero" è sinonimo per eccellenza di velocità che brucia lo
"spaziotempo", come lo definisce Serino, in cui l'essere vi si trova immerso.
Ed è in questo preciso punto che il poeta ci fornisce la chiave di lettura del
testo; nel momento in cui dice (con parole che hanno un che di sapienziale e dal
fascino indiscutibilmente bello, nel senso più ampio del termine) che solo
allora "leggerai la sola vera poesia aprendo gli occhi sul Sogno infinito".
Eleganza del verso e simbolismo indiscusso di tutta una rappresentazione di
segni e concetti. E non è un caso se la parola poesia riportata nel procedere
della lettura è scritta in carattere minuscolo la prima volta ed in maiuscolo la
seconda; non si tratta di un errore, non è una distrazione di chi scrive e
neppure una "licenza poetica", in quanto la prima raccoglie la vita nel suo
significato generale, quella sociale, magari vissuta superficialmente,
banalmente, senza prestare attenzione ai segni criptati che ci provengono da un
destino già scritto, mentre nel secondo si vuole fare esplicitamente riferimento
alla vita del singolo, quella del lettore che diviene il vero protagonista del
messaggio a cui il poeta vuole indirizzare il suo pensiero.
Meriterebbero questi primi due aggettivi e il sostantivo che ne segue alcuni
approfondimenti, percepire il pensiero di chi scrive.
Il primo, vera, in quanto autentica, coerente con il proprio Io, con il proprio
credo, che forse è andato perduto con l'avanzare degli anni. Ma è solo una
percezione, un'intuizione a cui il poeta ci dice di porre attenzione.
Dopo tutta una vita spesa per "farci notare", per non essere esclusi dal
progresso nel quale se non si lascia un segno non si è nessuno, la riflessione
stessa a cui siamo stati chiamati ci porta a fare un'analisi storica del nostro
vissuto, interrogandoci sul fatto che sia stata proprio quella la via che
volevamo percorrere,e che siamo stati costretti a calpestare, per fare "sentire"
la nostra voce in mezzo alle voci di coloro che hanno voluto gridare di più per
apparire, per sembrare, per affermarsi.
Ed è in quel momento che la verità si fa strada e si rivela per quella che è,
nuda, scarna, senz'ombra, gettando quasi un alone di colpevolezza sulla propria
coscienza che ci portava a credere di essere nella verità.
Sola, perché non ne esiste un'altra. Non esiste un'altra verità che può essere
uguale alla nostra, confrontabile, similare, un io uguale all'altro col quale
porre limiti e infiniti orizzonti da cui trascendono i progetti.
Non è confrontabile un vissuto con l'altro, per quanti errori o cose positive
abbiamo compiuto all'interno della nostra vita.
Portiamo con noi una serie di prove da superare che forse non riusciremo a
portare a termine, un'infinità di progetti che vedremo fallire, ma anche la
speranza che forse qualcuno un giorno, fosse anche il fratello che proviene da
lontano, il pellegrino per eccellenza (inteso in senso cosmopolita) possa
comprenderle (nel senso etimologico del termine, prendere-con-sé).
Portiamo con noi anche le cose belle, compiute, quelle positive, costruttive,
dalle quali però il più delle volte ci aspettiamo riconoscenza, e non dovremmo,
perché la vera Poesia, e qui il sostantivo inevitabilmente viene riportato in
caratteri maiuscoli, deve rimanere anonimo, noto solo agli occhi di Colui che
tutto vede e di cui noi abbiamo conoscenza per fede e testimonianza teologica.
Qui il sostantivo acquista il suo vero significato, insindacabile, indiscutibile
della creazione.
Difficoltà estrema quest'ultima (indicata dal poeta con riferimento ai marosi)
dell'uomo, di cui la parola sangue ne rievoca chiaramente l'immagine e ne
sottolinea l'unicità, quasi fosse una carta d'identità, e con la quale è
chiamato a vivere senza mai perdere la sua vera bellezza, che il poeta recupera
prima della chiusura, in direzione di un azzurro verso il quale cavalcare;
colore di una giovinezza che fu, che continuò a essere e che sarà, ogni qual
volta l'eternitàci chiamerà a volgere lo sguardo verso un mondo che adesso non è
più, ma nel quale fino a un attimo prima eravamo vissuti.
* Capriolare.
***
un pò ti cerchi un pò ti butti via...
GIOVINEZZA
Prati teneri, intenso verde,
caviglie agili, snelle
dal venticello gaio frustate...
palpiti e sussurri, risa;
acqua di ruscello
fresca, tersa
come i miei pensieri:
una tenera ansia da consumare.
Un altro Io era quello...
Lasciai lì le mie ceneri
sparse al vento.
_ _ _
Questa mia poesia è dell'anno 1967 e chiude una breve raccolta pubblicata sotto
pseudonimo (da me ripudiata). Delle altre, è quella non da salvare ma che mi fa
meno 'sorridere'...
Ma devo confessare che della mia giovinezza ho poco da sorridere: rivedo un
ragazzo piegato sulla solitudine, forse un pò voluta (una vita incolore, un pò
ti cerchi un pò ti butti via), preso nella spirale di una mania depressiva che
mi spinse a un tentativo di suicidio.
Sono gli anni più belli? Dicono. Mah!; difficile la maturazione in quel periodo
acerbo, età definita 'ingrata', quando non si hanno punti precisi di riferimento
e manca l' affetto familiare, manca l'amore, un amore vero e pulito per cui ti
alzi la mattina e ringrazi Dio di essere vivo... Un'età avvolta di fragilità
esistenziale mascherata di aggressività; - tiri fuori le unghie anche se spesso
te le rivolti ad affondarle nell'anima...
Pensare di morire a quell'età! Sta di fatto che il mio pensiero fisso sulla
morte si rispecchiava in quelle poesie giovanili.